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Mi svegliai di soprassalto, madido di freddo sudore, con i capelli arruffati e il cuore che batteva a mille. Come ogni notte l’incubo era tornato a farmi visita. Aprii le persiane dell’unica finestra della mia stanza. Avevo richiesto espressamente all’oste del Regale Augello una stanza che desse verso ovest, presi la pipa ed iniziai a caricarla con il tabacco. Una gelida brezza, proveniente dalle terre selvagge, fluì nella stanza, e con essa i ricordi inondarono la mia mente come un fiume in piena.

Avevo sperato che almeno dopo la lunga cavalcata la stanchezza avrebbe avuto il sopravvento anche sui miei sogni ad occhi aperti. Speranza vana.

La memoria mi riportò nuovamente su quella collina maledetta:

Stavo combattendo, in formazione, nei pressi del confine fra Solaria e Drakmoria. Vicino sentivo gli ordini di mio padre risuonare stentorei sopra il fragore delle armi e i lamenti dei feriti.

I Drakmoriani combattevano con furia omicida, ma nulla potevano contro la nostra supremazia tattica. Una Fenice immaginaria si librava alta sopra le nostre teste, tingendo di rosso il cielo ancora avvolto nell’oscurità e ricordandoci così che il nostro sangue non sarebbe stato versato vanamente.

Presto l’Alba avrebbe spazzato via l’Oscurità.

Poi giunse la Morte, personificata in un Oscuro Cavaliere.

Cavalcava un destriero demoniaco dotato di un mantello più nero della notte, i cui passi lasciavano una scia di fiamme sul terreno. Indosso portava un mantello dello stesso colore della sua cavalcatura, il cui cappuccio copriva completamente il viso, rendendo così impossibile riconoscerne l’identità. Sotto di esso un’armatura viola lo identificava come un combattente di Drakmoria. A ogni fendente vibrato dalla sua arma, una enorme Falce, uno o più guerrieri Solariani cadevano orribilmente mutilati.

Poi l’oscuro cavaliere alzò una mano verso il cielo e pronunciò alcune parole blasfeme cariche di potere, in una lingua a me ignota.

Un freddo vento calò sul campo di battaglia, e poi i morti si rialzarono. Tutti i morti, Solariani o Drakmoriani. Non un incantesimo di cura, ma di negromanzia.

I Non-morti, anche i nostri fratelli, dimentichi del loro lignaggio, alzarono le armi contro di noi.

Quel cavaliere era un Demone, non poteva essere altrimenti.

Vedendo la situazione precipitare, sprezzante del pericolo, mio padre si liberò velocemente del suo avversario, tagliandoli la gola con un affondo preciso, e poi si mosse per intercettare il cavaliere.

Le lame dei due guerrieri si scontrarono, colpirono e pararono ripetutamente, senza trovare un varco.

Infine il Cavaliere Oscuro trovo il varco giusto e colpì. I secondi parvero diventare minuti, vidi la falce attraversate il collo di mio padre recidendo nettamente il capo dal resto del corpo.

Sconvolto Urlai. Urlai rabbia, Urlai dolore, Urlai… vendetta.

Di più non ricordo.

Mi raccontarono che il mio corpo in fin di vita fu ritrovato il giorno dopo in una fossa comune a cielo aperto. Unico sopravissuto. Avevo riportato diverse ferite gravi sul corpo e perso i sensi.

Fui promosso al grado di Sergente, e con il passare del tempo tutte le ferite guarirono. Tutte tranne una, la più profonda, la più dolorosa.

La mia stessa anima sanguina ancora, e continuerà a farlo finché non avrò avuto la mia vendetta, ma giuro sul mio onore, su mio padre e sui miei compagni, che avrò la testa di quel demone, dovessi andare a cercalo negli stessi Infiniti strati dell'Abisso.

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