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  • Nome : Salazar
  • Secondo nome: Domine
  • Cognome : Moander
  • Razza : Umano (Aequitalantar)
  • Allineamento : LB tendente al Bene purissimo
  • Classe : Nobile
  • Descrizione Fisica :

Un giovane Aequilantar dalle forme agraziate, magro, poco robusto, dal viso simile a una bambola di porcellana. Capelli lunghi biondo vivo, legati in una piccola coda. Occhi azzuri, come il più puro dei ghiacciai dei monti Talamont. Bocca rosea sempre sorridente e portatrice di speranza. Veste di sfarzosi abiti, segno della sua ricchezza, e porta a lato un sottile fioretto più per difesa che per attacco.


  • Storia:

Un colpo di tosse destò il vecchio dal suo atavico sonno. Roteò le fosche e stanche pupille, e con sguardo di rapace cercò attorno a sé la causa del suo risveglio prematuro. Lo sguardo scrutò con cura l’ambiente circostante; una stanza piccola, piena di mensole e libri ordinati in maniera quasi maniacale per titolo, colore, argomento, vi erano persino mappe, manoscritti e resoconti di molteplici avvenimenti tali da poter tappezzare le mura di un maniero. Oltre a quella montagna di pagine rilegate, la stanza non presentava rilevanti particolarità, una scrivania divorata dai tarli, una sedia sbilenca e un polveroso letto sul quale il vecchio era disteso sotto un cumulo di coperte. Accertatosi che non vi fosse nessuno nella stanza, l’anziano lanciò un paio di imprecazioni al suo sonno leggero e alla sua tosse cronica, e preso un profondo respiro inziò a chiamare qualcuno nell’altra stanza con voce roca, facilmente scambiabile per il latrare di un cane idrofobo per gli sconosciuti.

La porta nodosa vicino ai piedi del letto si aprì con un cigolio seccò, e fece penetrare nella scena un giovane ragazzo biondo, snello e alto, vestito con eleganti abiti intessuti in una trama di rossi e blu fatiscenti, e con gli occhi del più puro dei ghiacci invernali che sferzano i monti Talamont. “Mi avete chiamato magister Serezius?” chiese affabilmente e con rispetto il giovine. “Si ragazzo, avvicinati e prendi pure una sedia. Dobbiamo parlare.” Tossì rumorosamente, schiarendosi la gola e portando le mani scheletriche sulle coperte, cominciò a tirarsele fin su alla gola per combattere il freddo battente. “Magister Serenzius, il medicus ha detto che dovete riposare, non credo sia opportuno per voi parlare ora.” Il vecchio fulminò con lo sguardo il giovincello bofonchiando qualcosa a denti stretti sull’ingratitudine e la gioventù. “Giovane Salazar, solo perché sono vecchio non significa che sia debole o stanco, e sinceramente dubito che una dannato strozza-galli e cura-papere possa dirmi quando posso o non posso riposare.” Il giovane sorrise a tali parole speranzose di vita, e con grazia si mise a sedere sull’unica sedia presente in stanza con una compostezza esemplare. “Di cosa vogliamo dunque eloquire magister? Musica? Filosofia? Teologia? No lasciatemi indovinare. Storia, il vostro argomento preferito.” “No giovane rampollo, oggi non parleremo di nessuna di queste cose. Parleremo di cose assai più importanti, molto più importanti per la tua persona.”

Il ragazzo aggrottò la fronte a quelle parole. Era la prima volta che sentiva parlare il suo mentore in cotal modo, con quella serietà che opprimeva l’ambiente circostante.

“Dite pure magister dunque, di cosa volete parlare?”

“Da quanti anni ormai vivi qui, sotto il tetto di questa casa?”

“Da quando ho memoria magister, ho vissuto qui con voi e con mia madre sino alla sua dipartita per colpa della febbre, per ordine di mio padre. Ventiquattro anni per essere precisi.”

L’anziano annuì debolmente, e alzando la mano decrepita cominciò a comporre circoli invisibili in aria, come a intessere una qualche sorta di discorso criptico.

“Hai sempre vissuto qui con me per ordine di tuo padre. Perché in città saresti stato bersaglio di invidie, gelosie, assassinii e furti. Per questo tuo padre ti ha allontanato da esso, per proteggere te e tua madre. E’ corretto giovane rampollo?”

“Si, esatto magister.”

Annuì appena il ragazzo, non riuscendo a capire il senso di tale discorso. Ogni minuto trascorso a parlare di argomenti ovvii indeboliva il corpo dell’anziano magister, per tanto non vi riusciva a scorgere alcuna logica nel parlare di ovvietà a costo della salute. Ma per rispettò decise di lasciar proseguire lo stanco maestro.

“Voglio raccontarti una storia prima che il mio tempo su questa terra giunga al termine.”

“Non dovreste dire queste cose magister.”

Con un cenno della mano raggrinzita, lo stanco maestro azzittì le preoccupazioni del ragazzo, e prese a parlare stancamente, prima che la morte lo ghermisse nel suo freddo abbraccio.

“Voglio raccontarti una storia. L’ultima grande storia. Tempo fa, nella splendente Aequitalas vivevano due fanciulli, un bambino e una bambina, entrambi di umili origini, entrambi colmi di sogni e speranze. Tali araldi di gioventù erano legati da un forte legame, dapprima amicizia, ma col passare degli anni da amore, puro e sincero. Probabilmente raggiunta la maggior età si sarebbero sposati, avrebbero avuto due o tre bambini, due maschi e una femmina. Lui si sarebbe guadagnato da vivere come fabbro, lei come cameriera in qualche locanda. Forse sarebbero vissuti felicemente sino a vedere i propri figli sposati, e la nascita dei nipoti.”

L’anziano, si fermò qualche attimo per prendere un profondo respirò, al ché con mestizia riprese il racconto, sotto lo sguardo attento del giovane rampollo.

“Ma il destino ebbe desideri diversi rispetto ai loro. Un giorno la famiglia della giovincella fu costretta a partire, per cercare lavoro nei campi lontano dalla luminosa Aequitalas. Quella fu l’ultima volta che i due giovani si videro. Lo spettro dell’oblio gettò il velo della dimenticanza sulle loro menti, e col tempo come cinico sostenitore finì per nascondere i ricordi del loro amore. Il ragazzo crebbe forte e volenteroso, a tal punto da permettersi di arricchirsi velocemente come operaio prima, e architetto poi al servizio del penultimo Giudice Supremo. Grazie al suo lavoro riuscì a dar lustro alla propria famiglia, garantendosi il controllo del mantenimento degli edifici e delle mura. Riuscì a sposare persino la figlia di un piccolo nobilotto locale, e dal loro amore nacque una splendida bambina. Tutto era perfetto, la famiglia, l’amore, il denaro, eppure come sempre il destino si abbatte malevolo in quei momenti, che noi mortali riteniamo i migliori della nostra esistenza.”

Tossì raucamente. Il troppo parlare gli aveva seccato la gola e rese pesanti le palpebre, ma sapeva che non poteva interrompere il racconto, non ora.

“Un giorno per caso il giovane ragazzo, diventato ormai un nobile, si accorse di una bellissima donna al suo servizio come serva, assunta da pochi giorni. Bastò uno sguardo incrociato dei due per riconoscersi a vicenda. Sì ragazzo, la giovane serva altri non era che l’amore giovanile del’ormai giovin nobilotto, venuta a cercar fortuna in città. Uno sguardo. Uno sguardo soltanto, bastò a deturpare il velo dell’oblio, a far riaffiorare alla mente ricordi assopiti, ricordi piacevoli che in un lampo travolsero il loro essere. Ma con il riaffiorare dei ricordi, lentamente, giorno dopo giorno, riaffiorò nei loro cuori anche l’amore passato; e come i ricordi, anche esso travolse il loro essere notte dopo notte, giorno dopo giorno.

Probabilmente ragazzo starai pensando che ciò che hanno fatto fosse sbagliato. Probabile, però devi anche sapere, che il giovane nobile amava in egual modo sia la donna che aveva sposato, che l’amata ritrovata. Se fosse stato per lui, avrebbe vissuto felicemente con entrambe le sue donne, amandole, venerandole e non facendo mancare niente a entrambe, avrebbe rivelato a tutti di tale situazione per non avere segreti, ma come sempre il destino batté sul tempo i desideri del giovane uomo.

Alcuni servi dallo sguardo e dalle orecchie lunghe, scoprirono di tale relazione e fugaci come volpi invernali andarono ad avvertire la moglie di cotal tresca. La donna ferita nell’orgoglio e inasprita dalla gelosia, ricolma di rabbia, decise di scatenare la furia sulla rivale, allontanandola per sempre dalle braccia del marito. Pagati i due servi ordinò loro di uccidere la donna, in un luogo poco frequentato e liberarsi del cadavere, e così come due serpi, i due servitori seguirono la pover donna di nascosto. E nell’ombra la accoltellarono silentemente gettandone infine il corpo in mare, lasciandolo ai suoi flutti e alle sue creature.

Forse per fortuna, o per volere del fato, o forse perché i due servi erano degli emeriti inetti, la donna non morì e con le poche forze rimastegli, riuscì a nuotare faticosamente sino a una riva sabbiosa poco a sud della città.”

Il volto si fece teso, il dolore o la fatica, difficile distinguere quali dei due fosse la causa del suo malessere. Sentiva il freddo abbraccio dell’inverno ghermirlo, o era forse la morte? Il tempo stava giungendo al termine, ora lo sentiva chiaramente, e sapeva di dover finire quel dannato racconto prima di render conto della sua esistenza agli Dei. Scosse il capo e riprese il racconto dove lo aveva terminato pochi istanti prima, facendo in modo che il ragazzo non lo interrompesse con osservazioni ovvie e fuori luogo.

“Il caso volle che un vecchio uomo, ingrigito dal tempo e dai molti inverni passati, stesse passando in quei luoghi e scorgesse la donna in difficoltà. Antichi ricordi si destarono in lui, la figlia perduta, il dolore della solitudine, il rimpianto di non aver protetto colei che amava nel tempo che fu. Tutto questo bastò a guidare il passante in soccorso della donna, e a portarla nella propria dimora poco distante da quel luogo, vicino a un villaggio a sud della capitale. La curò amorevolmente e con cura, così come fa un padre con una figlia, e lentamente, giorno dopo giorno, la riportò alla vita.

La ragazza ringraziò infinite volte con riverenza quel vecchio, e gli raccontò quanto accaduto alla sua persona nei minimi dettagli. Ascoltate quelle vicende, l’anziano decise di far vivere sotto quello stesso tetto la ragazza come sua figlia, in modo da tenerla lontana da possibili pericoli. In realtà non voleva proteggere propriamente quella ragazza, bensì il ricordo che essa rappresentava, il ricordo della figlia perduta. Tutto quello per lui era come una seconda opportunità, opportunità che non doveva essere sprecata.

I mesi passarono veloci, e i due vissero felicemente per quel tempo che fu, fino all’entrata di un terzo membro in quella strana famiglia. La ragazza era incinta, e nei mesi a venire fu chiaro e ben visibile a tutti del suo stato. Il vecchio mise in giro la voce che era stata sedotta e abbandonata da un girovago, e che ora si apprestava a dar alla luce il figlio del loro rapporto, per far tacere dubbi e voci indiscrete. Il medicus del villaggio e il vecchio aiutarono la ragazza a partorire un bel maschietto dai ciuffi biondi e gli occhi color del più puro dei ghiacci. Il ragazzo sarebbe stato cresciuto come un nobile, nel portamento e nel carattere, in quanto nelle sue vene scorreva sangue blu, e al raggiungimento della maggior età gli sarebbe stata detta la verità sulla sua nascita e il suo destino. Gli sarebbe stata data una cultura degna di un Re, avrebbe portato con sé un anello d’oro con le iniziali del casato come simbolo della sua discendenza, dono del padre alla madre, e avrebbe indossato un pendete contenente il ritratto dei suoi creatori.”

Il ragazzo aggrottò le sopraciglia. Il discorso stava prendendo una strana piega, e sentiva la propria curiosità vacillare di fronte a quell’opprimente realtà.

“Il resto della storia lo conosci già giovane Salazar. Di là sulla mensola sopra il caminetto, si trova uno scrigno a muro, al suo interno troverai i risparmi di una vita. Ora ti appartengono, così come l’anello e il pendete al suo interno. Si ragazzo è come sembra. Tu sei il figlio di quel nobile, Skarion Moander, e di quella serva, tua madre Lucinda.” Lo sguardo del giovine si pietrificò al fronte di quella realtà, avrebbe voluto dire qualcosa, ma niente uscì dalla sua bocca aperta. Non una sola parola. Il vecchio colse quell’attimo di silenzio e riprese a inscenare quel triste soliloquio. “Avrei dovuto dirti la verità tempo or sono. Ma per debolezza, egoismo e paura ti ho celato il tutto sperando di dimenticare, sperando di poterti allevare come un figlio. Ora sul letto di morte, comprendo il mio sbaglio.”

Il vecchio cominciò a lacrimare divorato dalla colpa, ma nonostante tutto in cuor suo sapeva che quanto stava facendo era giusto, per tanto riuscì a mantenere sul volto un tristo sorriso di gioia seppur apparente. “E’ tempo che tu vada ragazzo. Ritorna dalla tua famiglia, aiuta il tuo prossimo, sii felice e generoso, e col tempo spero che tu possa dimenticare e perdonare il folle gesto di questo vecchio egoista.”

Il giovin rampollo sorrise a quelle parole e socchiudendo gli occhi, si passò la bianca mano sulla fronte per scostare una ciocca di capelli; e con voce soave come quella dei ruscelli primaverili, rispose cortesemente al proprio maestro. “Maestro Serenzius, voi mi avete insegnato tutto quel che so, la storia, le scienze, la filosofia, la teologia, il canto, la musica. Mi avete insegnato la compassione, il rispetto, l’orgoglio, la forza, il coraggio, ma soprattutto mi avete insegnato che la nobiltà non viene dal sangue, ma dal proprio cuore. Mi avete cresciuto così come un padre cresce il proprio figlio, tra sacrifici e gioie. Per tanto ritengo che io non vi debba perdonare di nulla, in quanto non riesco a vedere nessun torto subito.”

Alzò lo sguardo, e vide il volto incerato del vecchio maestro. Immobile, con un accenno di un sorriso agli angoli della bocca. Gli occhi del giovane nobile si imperlarono di acqua cristallina, che lentamente scendeva lungo le guance, così come d’estate l’acqua scende lungo i corsi montani. Posò una mano sul volto del maestro, e con l’altra si coprì gli occhi bagnandosi le mani, i pantaloni e il cuore. Pianse per molto tempo, forse sino a sera, infine raccolto il proprio orgoglio decise di seguire le parole del suo mentore. Avrebbe preso con sé il pendente e l’anello che gli appartenevano, e i guadagni del maestro; si sarebbe diretto a Aequitalas e avrebbe affrontato e forgiato il suo destino qualunque esso fosse. Si alzò e a lunghi passi giunse alla porta. Posò la mano sulla maniglia e pensò che nella vita vi sono sempre porte che si aprono, e porte che si chiudono. Attualmente una porta si era appena chiusa alle sue spalle, ora era giunto il tempo di aprirne un'altra e continuare a vivere. Aprì fiducioso la porta, e uscì a passi cadenzati alla ricerca del suo destino.

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