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  • Nome: Karis
  • Razza: Umana (Solarian)
  • Classe: Piratessa
  • Città natale: Nemesia
  • Divinità: //
  • Allineamento: CB
  • Età: 19
  • Altezza: 1,73
  • Peso: 61


  • Aspetto:

Karis è una ragazza giovane, dai lunghi capelli scarlatti che spesso tiene legati dietro la nuca, principalmente per comodità. Le iridi chiare risaltano sulla pelle spesso abbronzata per i duri allenamenti all'aperto, e le labbra non troppo carnose e poche volte adornate rendono il volto della ragazza semplice, naturale. Di media altezza, è solita portare abiti sobri ma perfettamente rifiniti, in grado di risaltare le sue forme senza eccedere. Porta al collo un pendaglio donatole da Thomas, sul quale è scolpito il simbolo raffigurante una piccola stella ambrata, chiara e splendente.

  • Carattere:

Karis è ancora una ragazza, per cui allegria e positività fanno parte del suo carattere che, tuttavia, è stato duramente temprato dai lunghi viaggi per nave e dalle mille avventure, non sempre a lieto fine, che ha avuto la possibilità di condividere con il resto dell’equipaggio. Di conseguenza, a un’indole di base serena spesso prende il sopravvento una forte determinazione e la consapevolezza della dura realtà che la circonda, tagliente e piena di pericoli.

E’ abbastanza intelligente per cui riesce, spesso, a ragionare sugli eventi e sui comportamenti delle persone senza sfociare nel pregiudizio o in atti di superiorità; è in grado di distinguere una persona falsa da una sincera dopo un’attenta analisi, salvo eccezioni naturalmente, e ritiene indispensabile utilizzare la mente in qualsiasi azione, dalla semplice conversazione all’arduo combattimento. Non si combatte soltanto con il corpo, e Karis è colpita dagli individui che riescono a comprendere in pochi attimi il nemico che si trovano di fronte, cosa che lei ancora non è in grado di fare.

Tuttavia, è giovane e non particolarmente saggia, per cui spesso si comporta in maniera avventata, soprattutto se si tratta di prendere decisioni fondamentali in tempi brevi. A volte , quindi, si lascia trascinare dall’intuito, come d’altronde molte persone erroneamente fanno, ma con risultati solitamente deludenti o per lo meno irrilevanti.

Avvezza e abituata all’interazione con le persone fin da quando era piccola, Karis il più delle volte esercita un discreto fascino, vuoi per il modo di relazionarsi, semplice ma cordiale e deciso, vuoi per la figura slanciata e sempre curata. Ha imparato, fin da quando viveva in città circondata dai freddi e vuoti agi della sua dimora, a sorridere e a convincere le persone con semplici gesti o giuste parole. Questa dote è migliorata con il tempo, e crescendo, non soltanto nel fisico ma soprattutto nella mente, è riuscita a svilupparla adeguandola al suo ruolo.



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A Nemesia era notte fonda.

Il tenue rumore delle onde, mescolato al ronzio dei piccoli insetti notturni faceva da sottofondo a una città solo in parte dormiente. Tanto le vie risultavano vuote e silenti, tanto le locande manifestavano con luci e grida la loro anima turbolenta e avvezza ai peccati. Fortunatamente, il maggior numero di taverne si trovava vicino al porto, e le grandi case dei nobili o dei ricchi mercanti erano ubicate in una parte della città meno caotica e vigilata costantemente dalla guardia cittadina.

Proprio in quel momento, il miliziano Valthur passeggiava fischiettando, con la spada impugnata nella destra e il piccolo ma pesante scudo allacciato alla mancina. Quella sera era stato incaricato di pattugliare alcune vie del quartiere nobiliare, e chiaramente aveva accettato di buon grado, dato che la paga sarebbe stata più alta rispetto ai soliti giri di ronda al porto e il lavoro ben più rilassante. Diversi pensieri affollavano la mente del soldato: ogni volta che passava di fronte alla casa dei Menyrion i suoi occhi volgevano alla finestra del primo piano, perennemente accesa da una flebile luce tremolante. Poteva intravedere la figura di una giovane donna, seduta di fronte a un leggio e intenta a sfogliare un tomo. Le piccole dita sottili, mosse dal tenue bagliore, apparivano in costante movimento, e l’ombra che esse riflettevano sulla parete scarlatta pareva quasi inquietante. No, la donna non stava leggendo, si accorse il miliziano dopo un’attenta osservazione, bensì era intenta a scrivere una lettera o qualcosa del genere. Valthur, dopo un lungo momento, si destò da quella gradevole distrazione e volse il capo verso nord, in un angolo buio dal quale cominciava una piccola via che a mano a mano si allargava fino a confluire in una grande piazza, sede della dimora di un’importante famiglia di mercanti. Deciso a proseguire il giro di ronda in quella direzione, fu deviato dal movimento improvviso della ragazza che, lievemente illuminata, si avvicinò all’alta finestra e con un lento gesto della mancina spostò lateralmente la tenda di lino, unico ostacolo tra lei e l’avido sguardo dell’uomo di guardia. La giovane donna sembrava non essersi accorta della presenza di Valthur, il quale, d’altro canto, si era piazzato in un angolo buio e la fissava con impazienza. Era da molto che non aveva modo di guardare una femmina, e non era sicuramente intenzionato a lasciarsi sfuggire quell’occasione. Dal canto suo, la fanciulla pareva pensierosa e sembrava non rendersi conto di cosa stesse facendo. Con la destra cominciò a slacciarsi l’abito, partendo dalla cintura finemente ricamata e terminando con un breve movimento del corpo che le fece scivolare la veste a terra. In sottoveste, rimase immobile a guardare in alto, forse la luna che alta e splendente illuminava il cielo notturno. Valthur si sentì quasi mancare. La ragazza era giovane, e la sua pelle chiara, illuminata, ai suoi occhi pareva quella di una dea. A bocca aperta, rimase a fissare quel corpo senza muovere nemmeno un dito, noncurante del lavoro che avrebbe dovuto svolgere e completamente rapito da quell’immagine. Per un attimo temette di essersi addormentato e che quella visione fosse soltanto il frutto della sua fervida immaginazione,ed ebbe un fremito. Ma la figura restava lì, ferma e assorta. Solo di tanto in tanto si muoveva, lentamente, e quei piccoli gesti ipnotizzarono la guardia, oramai completamente incantata.

Fu proprio in quell’attimo che un’ombra parve sbucare dal vicolo a nord, e svanire così com’era apparsa verso ovest. Valthur non s’accorse di nulla, ma anche se ci avesse fatto caso, mai si sarebbe immaginato quali conseguenze avrebbero preso vita da quella disattenzione. Il giorno dopo, la guardia fu arrestata e soltanto qualche ora più tardi venne a sapere che un servitore del mercante più ricco della città era stato assassinato.


STORIAModifica

“ Ce l’abbiamo fatta, Jarod! “

Karis in un impeto di affetto gettò le sue braccia al collo dell’amico, per poi allontanarsi immediatamente voltando il capo in ogni direzione: aveva il terrore di esser riconosciuta. Si allontanò dal tavolino al quale prima aveva pranzato, e con un rapido movimento si avvicinò alla finestra che dava sul porto. La locanda in cui si trovava quella mattina era intrisa di odori pesanti, quasi opprimenti. La sera precedente i poveri e ubriachi della città dovevano aver fatto baldoria più del solito.

Osservando l’intensa luce mattutina, Karis riportò i suoi pensieri a quella sera di 3 anni prima, a quella notte di luna piena che le aveva completamente cambiato l’esistenza.

“ La giovane guardia non si era accorta di nulla. Il mio compito era terminato e potevo andare a riposare tranquilla. Richiusi le tende e spensi la luce della lanterna,infilandomi sotto le coperte pesanti del grande letto. Quella sera era andato tutto alla perfezione. Thomas era riuscito a portare a termine la missione e io, astutamente, avevo avuto modo di distrarre quell’incompetente miliziano così da non fargli completare la ronda in direzione della piazza .Era stato tanto semplice!

Troppo semplice…

Non mi restava che aspettare l’alba e, come al solito, dirigermi nelle campagne e infilarmi in un boschetto adiacente la cittadina, dove il mio compagno mi avrebbe atteso. E fu cosi che feci, chiaramente. Ma quella mattina il sole non sorse, d’altro canto si stava avvicinando l’autunno e la debole brezza cominciava a farsi frizzante, fresca. Coperta dal mantello scarlatto, un dono di mio padre che tuttora porto con me, attraversai il paese e mi feci trovare, all’ora prestabilita, in un angolo riparato da folte querce e da piccoli macigni dalle forme insolite. Un’ombra mi stava aspettando al di là della roccia più alta, e fu così che cominciai a correre in quella direzione con un largo sorriso che dimostrava tutta la mia contentezza. Avevamo vinto, eravamo riusciti a recuperare l’oggetto che anni prima era stato rubato alla mia famiglia! Ero al colmo della felicità, mi abbandonai al delizioso abbraccio di Thomas assaporando a pieno quegli intensi attimi. Le fronde dai colori più variegati facevano da cornice a quell’angolo, che ai miei occhi immaturi sembrava uno scorcio di paradiso.

Peccato che Thomas fosse un ladro ricercato dalla milizia, io la figlia di uno dei più ricchi mercanti cittadini e la nostra unione decisamente clandestina. A un occhio maturo sarebbe parsa una follia, tutt’altro che una meraviglia. Inoltre, l’atto che avevamo appena compiuto avrebbe potuto condannarci per il resto dei nostri giorni. Nessuno mi avrebbe mai ascoltata, e la consapevolezza che quell’oggetto era appartenuto ai miei avi e poi probabilmente portato via con l’inganno non avrebbe cambiato niente. Tuttavia ero piccola, il giorno successivo avrei compiuto appena 16 anni e quello che stavo facendo mi faceva sentire una donna.

D’altronde, l’ambiente in cui crebbi fu monotono, privo di alcuno stimolo e assolutamente piatto. Tutto ciò che mi dava conforto era la lettura, e quando i miei genitori si allontanavano da casa per intere settimane, cosa che capitava spesso, io uscivo dalla città e vagavo per le strade di campagna, assaporando tutte quelle sensazioni che una famiglia assente e fredda non mi aveva saputo trasmettere. Fu così che conobbi Thomas. Adesso, ripensando a quel momento, probabilmente rifarei la stessa cosa, nonostante fosse una pazzia.

Nonostante tutto ciò che mi accadde in seguito.

Quella mattina, Thomas era di pessimo umore. Aveva recuperato il candelabro d’oro ma, scoperto da una guardia di palazzo nella fuga aveva involontariamente colpito un servitore al volto, stordendolo. Quell’umile anziano era crollato a terra, e l’impatto con il pavimento di marmo doveva essergli stato fatale. La morte di un vecchio sarebbe stato un fatto di poco conto, se non fosse che la causa di tutto era il candelabro, un oggetto che da generazioni era stato conteso tra la mia famiglia e quella dei Valthidan. Avrebbero utilizzato la fine del servitore per dare inizio a una serie di atti, licenziosi e non, in grado di smascherare il colpevole e fargli patire le **** peggiori.

Thomas mi raccontò tutto e il mio corpo incominciò a tremare come una foglia. Avevo paura, in quel momento. Dovevamo trovare una soluzione poiché sicuramente la mia famiglia sarebbe stata la prima a venire interpellata, e in questo periodo non godeva dell’appoggio della milizia cittadina, chiaramente corrotta. Decidemmo, dopo lunghi attimi di meditazione, di seppellire l’oggetto di valore in quel punto. Thomas nutriva dei dubbi ma io ero sicura che nessuno l’avrebbe ritrovato. E anche se avessero parlato con me e con la mia famiglia, non ci sarebbe stata nessuna prova contro di noi. “

Karis continuò a seguire il flusso dei suoi pensieri, portando ora alle labbra un calice di buon vino rosso proveniente da sud e osservando i movimenti delle barche. Quelle visioni le fecero ritornare alla mente qualcosa, qualcosa che avvenne nel giro di pochi giorni successivi alla notte del ritrovamento dell’oggetto.


“ Una barca si stava dirigendo verso il porto. La stavo osservando distrattamente nell’attesa che Thomas tornasse da me e mi raccontasse cosa era venuto a scoprire dalle voci della locanda. Ricordo come il debole vento incrinasse le vele dell’imbarcazione rudimentale e la mia leggera tunica, rossa come il mantello. Attesi per un paio di ore ma il mio compagno infine giunse. Mi disse che aveva urgenti questioni da sbrigare con il capitano della strana barca che si era appena fermata di fronte a me, e mi disse di seguirlo. Così feci, speranzosa e incuriosita. Thomas non mi aveva mai detto che frequentava gente di mare e, inoltre, avevo letto innumerevoli racconti riguardanti i guerrieri delle onde e la faccenda sembrava intrigante. Per un attimo dimenticai il candelabro e la morte del servo, avvenuta appena tre giorni prima.

Salii sull’imbarcazione e rimasi a bocca aperta. Sembrava più piccola, vista da lontano. In realtà l’estensione era notevole e i marinai non sembravano affatto tali. Scesi sotto coperta, seguita da Thomas e da due energumeni tatuati e mi soffermai ad osservare le strane armi ricurve appese alle pareti di legno scuro. Tuttavia, c’era qualcosa che mi metteva ansia.

Presto mi resi conto di essere in trappola.

Accadde tutto in un attimo. Le porte si chiusero pesanti dietro di me e rimasi ferma, circondata da due figure dai grandi cappelli tetri e da Thomas. Mi fissai su di lui e il suo sguardo mi spaventò. Non c’era astio, né malvagità nelle sue profonde iridi scure, ma pura e semplice tristezza.

Lo avevano scoperto, così esordì. Avevano ritrovato il candelabro – probabilmente qualcuno mi aveva seguita mentre mi dirigevo nella boscaglia – ed erano intenzionati, con le buone o con le cattive, ad arrestarmi per poi sottopormi al giudizio della corte. Chiaramente avevano individuato anche Thomas, che aveva così deciso di darsi alla fuga. Era la scelta più saggia, questo lo comprendevo, ma non riuscivo ancora a capire cosa ci facessi io lì dentro, rinchiusa e tenuta sotto controllo da loschi individui.

Thomas aveva contrattato con quei pirati per portarmi con loro.

Ricordo ancora la fatica che feci a deglutire. Fu così che cominciai a sentirmi un groppo in gola e le mie parole risultarono ai più semplici borbottii insignificanti. Ma Thomas mi aveva capita, come io avevo compreso la sua scelta. Mi voleva salvare la vita e questo sembrava l’unico modo sicuro per poterlo fare. Avrei dovuto cominciare a viaggiare con quella ciurma, condividere i pasti con loro e dormire all’interno di quella barca apparentemente scomoda e fredda. Mi sembrava tutto così assurdo! Non avevo niente con me, eccetto il mantello pesante e qualche moneta che ero solita tenere in una tasca nascosta della tunica. Non sapevo davvero come fare, che cosa fare. L’ansia prese il sopravvento e cominciai a sentirmi male. Crollai a terra priva di sensi, e tutto ciò che ricordo fu il dolce risveglio che le invitanti labbra di Thomas seppero donarmi.

Eravamo in alto mare. Il mio compagno mi spiegò la situazione, che, a mente lucida, riuscii a comprendere meglio. Sgranocchiando un pezzo di pane elencò i motivi per cui non vi era altra via d’uscita. E aveva perfettamente ragione, poiché se fossi rimasta a casa, sicuramente mi avrebbero trovata; se fossi riuscita a fuggire oltre le campagne, probabilmente avrebbero messo una taglia sulla mia testa e qualche povero contadino mi avrebbe scoperta e obbligata con la forza a seguirlo. Viaggiare per nave, invece, mi avrebbe dato sicuramente una certa sicurezza, almeno fino a quando la gente di Nemesia non si fosse dimenticata di me o il capo delle guardie non fosse stato sostituito da una persona più competente. Era soltanto questione di tempo, così terminò il discorso.

…Solo una questione di tempo… “

Karis ripensò attentamente a quelle parole, perché furono le ultime che sentì proferire da Thomas. L’uomo, infatti, scese in un picco porticciolo qualche minuto dopo, lasciandola con la promessa che si sarebbero rivisti nelle isole.


“ Isole? Quelle isole? Rimasi perplessa e al tempo stesso favorevolmente sorpresa. Avevo letto un paio di tomi narranti grandi gesta e pericolose avventure vissute dalla gente di quei luoghi, e mai mi sarei immaginata di poterle visitare di persona. Certo nutrivo ancora molti dubbi,e ricordo che approfittai del viaggio in nave per cercare di conoscere le persone con le quali avrei dovuto vivere per un po’ di tempo. Sorprendentemente, mi ritrovai a dividere la mensa e la stanza da letto con uomini e donne dall’ incredibile umanità: saggi anziani che guidavano giovani esuberanti ma di buon cuore, donne in grado di destreggiarsi con due armi nello stesso tempo e un paio di bambini rapidi e vivaci. Era un ambiente allegro, dopotutto, e qualche giorno dopo mi resi conto che Thomas mi aveva trovato un rifugio perfetto. “

Karis appoggiò sul davanzale della finestra il calice, oramai vuoto, di vino. Ciò che avvenne dopo fu un crescendo di avventure e sensazioni nuove, il cui ricordo fece apparire sul volto della donna un tenue sorriso. Scrollò le spalle e si incamminò in direzione di Jarod, che pacifico sedeva al tavolo, dove l’aveva lasciato poco tempo prima. Sembrava addormentato, quindi decise di non disturbarlo e si allontanò, salendo al piano superiore della struttura ed entrando in una camera da lei precedentemente pagata. Aprì la sacca logora, e spalancò le ante dell’armadio di legno. Con gesti rapidi svuotò il mobile delle sue cose e le gettò, disordinatamente, nella borsa. Dopo averla richiusa la portò sulla spalla con un movimento scattante del busto, e si apprestò a scendere. Sorrise all’immagine che proprio in quel momento le era comparsa di fronte agli occhi. Sembrava così reale, che quasi non si accorse che si trattava del frutto dei suoi pensieri.


“ Appoggiai la sacca a terra e ci misi dentro tutto l’occorrente. Era la prima volta che scendevo dalla nave ed ero entusiasta. Finalmente avrei potuto conoscere quei luoghi tanto misteriosi e selvaggi! Ero al settimo cielo, quindi mi sbrigai a fare i bagagli e a salire la piccola scala che portava in superficie. Venni completamente rapita dagli odori forti e speziati che provenivano dal piccolo porto. Tuttavia, mi resi conto che Thomas non era lì, come mi aveva promesso, e la sua scomparsa mi rattristò alquanto. Avvertii comunque il tocco di una mano sulla mia spalla, voltandomi vidi un sorriso benevolo e mi resi conto che il capitano mi era vicino, come d’altronde mi aveva dimostrato in tutto questo tempo passato in mare. Cercai di non pensare al peggio e, incredibilmente, il mio sguardo venne colpito dal passo svelto di un uomo, forse un fuggiasco, che sembrava volersi allontanare velocemente dalla nostra nave. Incuriosita, chiesi il permesso e mi diressi verso quella persona che non accennava a rallentare il passo.

Avvicinatami abbastanza, misi a fuoco la scena: quell’uomo stava correndo in direzione della giungla con un bizzarro strumento allacciato alla schiena e un buffo cappello rovinato. Certo sembrava non essere inseguito da nessuno.

Incominciai a correre. Non ero abituata quindi faticai a stargli dietro. Tuttavia, ansimante e ricoperta di terra, riuscii a raggiungerlo, forse perché l’uomo aveva rallentato il passo. Infatti lo vidi fermo, di fronte a un grande fiume, intento ad osservare spaventato le acque agitate e limpide. Si voltò una volta, due, forse anche tre, e infine si gettò a peso morto nell’acqua, dopo aver cercato follemente di lanciare il suo strumento sulla riva opposta, troppo distante. Nuotava a stento, faticando con le braccia e muovendo appena le gambe, tanto che mi preoccupai per la sua vita e decisi di andarlo a recuperare. Quando si accorse che mi ero tuffata, ebbe un sussulto e scomparve sotto il flusso violento dell’acqua. Ero spaventata e perplessa al tempo stesso. Che stesse fuggendo da me?! Non vedevo nessun altro in quella radura selvaggia, proprio non riuscivo a capire quell’affanno privo di alcuna logica. Presi un lungo respiro e mi mossi in direzione dello sventurato, socchiudendo gli occhi e immergendomi quel poco che bastava per poter osservare il letto del fiume. Fortunatamente la sorte ,quel giorno, volle esserci amica e con incredibile rapidità riuscii a individuarlo e a riportarlo a riva, non senza fatica.

Non appena riacquistò il dono della vista mi fissò, terrorizzato, per poi calmarsi qualche attimo dopo e terminando con una fragorosa risata, a causa della quale quasi non mi imbrattò d’acqua.

Si chiamava Jarod, e stava fuggendo da me poiché mi aveva scambiata per una sua nemica furiosa. La somiglianza era tanta, così mi disse. Facemmo conoscenza, e dopo avermi ringraziato a dovere riprendemmo la via in direzione del porticciolo. Lo strumento musicale era oramai inutilizzabile, gli abiti completamente consumati e il cappello scomparso nelle acque, ma entrambi ci sentivamo allegri. Probabilmente, con quell’avventura io avevo sfogato la mia ansia e le mie paure, e adesso mi sentivo più leggera, più serena.

Dopo un lungo riposo in taverna, ritornai alla nave e portai con me Jarod. Il Capitano ne fu colpito: nonostante quell’aria da bonaccione e la parlantina a volte troppo pesante, fece una buona impressione. Venne messo alla prova e ,infine, accolto a far parte dell’equipaggio. “

Passò tre anni indimenticabili. Avventure, viaggi interminabili e lunghe soste nei luoghi più insoliti. Mai avrebbe pensato che la sua vita sarebbe cambiata così positivamente. Credeva, un tempo, che sarebbe rimasta rinchiusa per il resto dei suoi giorni all’interno di quella fredda residenza che i suoi parenti chiamavano casa. Riteneva di doversi abituare a quella piatta esistenza, invece fu fortunata . Non era fatta per quella vita, mentre tutto intorno a lei si muoveva, Karis si sentiva ferma, bloccata e vulnerabile. La nave ha realizzato il suo più grande sogno, la libertà di decidere del proprio futuro e la consapevolezza che una vita priva di emozioni l’avrebbe portata, in futuro, all’esasperazione.

Imparò a cucinare, a pescare e a utilizzare piccole armi estremamente taglienti che le furono utili in quei pochi combattimenti a cui ebbe il piacere di assistere. Non amava la battaglia, ma era giovane, piena di vita e positiva, per cui l’adrenalina che si poteva provare in quei momenti le metteva i brividi e la portava a compiere azioni che mai avrebbe pensato di poter concludere.

Spesso nella sua mente si materializzava l’immagine di Thomas. Non lo amava più, non nel senso comune, ma nutriva per lui una specie di adorazione. Era colui che l’aveva resa libera, non lo avrebbe mai dimenticato. Non lo vide più, ebbe il terrore di venire a conoscenza della sua morte più volte, ma fortunatamente era soltanto il frutto della sua immaginazione. Thomas era vivo, in questo momento risiedeva in qualche angolo del mondo, forse in attesa di entrare nella dimora di qualche nobile mercante e guadagnarsi da vivere illecitamente.

Scendendo le scale della taverna, Karis scosse il capo più volte cercando di ritornare alla realtà. Aveva degli affari da concludere e mancava meno di un’ora all’appuntamento con il mercante. Doveva soltanto fare attenzione a non mostrare troppo apertamente il volto, troppo riconoscibile in quella cittadina all’interno della quale era cresciuta. Avanzò verso l’uscita, dopo aver strattonato Jarod, e aprì con impazienza la pesante porta che dava sul mare. Inspirò profondamente, sorrise e si avviò a passo svelto, scomparendo in uno dei profondi vicoli cittadini.

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