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"Le morente luce del tramonto filtrò attraverso gli opachi vetri della piccola camera, nella torre più alta del palazzo di Goldenaar. Il mezz'elfo si avvicinò, con aria stanca, alla finestra che affacciava sull'imponente città... Quarant'anni di vita... di glorie consumate in vittorie, sfumate nel tempo, trasformate in ricordi, poi erosi dal passare degli anni, sino a diventare leggenda. Avvertiva la stanchezza prendere possesso delle sue membra, una volta conclusa l'avventura della sua vita. Il mezz'elfo sapeva che, seppur giovane, essa era conclusa, poichè non avrebbe cavalcato mai più sulle soglie del tramonto, al fianco dei grandi cavalieri. Rammentò Glorian Dy'Nesin, suo padre, amato cavaliere di Prinsvalia. Ricordò il sorriso del comandante Shilmire, il suo coraggio, lindomita forza che ispirava nei cuori della gente. Rammentò la compagnia di Karl Phoenix, la sua ricerca delle antiche virtù. Rammentò le scelte che portarono Artilius Von Caster sul sentiero del bene.

E rammentò il suo maestro, Sipher Valiant.

Il mondo ai suoi piedi, filtrato attraverso le intramontabili luci del passato, era ancora animato dai valori che lo resero eterno. I vessilli lucenti riaffiorarono dal mare dei ricordi, per un istante brillarono della luce riflessa sui volti della gente. La vita della sua città, l'amore del suo popolo. Nulla di ciò restava della lucente Prinsvalia, sepolta dall'oblìo dei valori. Nessuno più tentava di riportare alla luce il passato. Vivevano, giorno dopo giorno consumando la porpria esistenza in quella futile ricerca di denaro, di piaceri, di calma. Dove era finito il valore... Dove il coraggio... Nulla di ciò apparteneva più a quel mondo. Nulla, se non una leggenda sulle labbra dei claudicanti. Nulla, se non una speranza nel suo cuore. Una speranza su cui un tempo cavalcò la vittoria contro le forze del male. Una speranza su cui veleggiò l'inaffondabile coraggio degli antichi cavalieri. Una speranza che accese i cuori e che diede la vita. Il mezz'elfo affidò i desideri custoditi dal suo cuore alle nebbie del crepuscolo, cosi come aveva sempre fatto. Cosi come non avrebbe mai smesso di fare. Credere nella rinascita lo avrebbe reso un cavaliere di Prinsvalia per sempre. Mestamente, raccolse la sua roba, si coprì con il pesante e sgualcito mantello di pelle e ridiscese le ripide scalinate della torre, verso le stanze reali...

Il generale supremo Sirianus si affacciò all'imponente murata. Ammirò le merlature che spiccavano oltre le punte delle lontane torri. Si compiacque della città che comandava. nel momento in cui il cavalierato di Prinsvalia si estinse e gli ultimi condottieri decisero di seguire il proprio sentiero lontano dal comando, fu lui ad ergersi come comandante della città. Lui, che per tutta la vita l'aveva amata e difesa con pugno di ferro. Prinsvalia aveva avuto la sua gloria e sarebbe vissuta nella leggenda, ma ora era tempo di riforgiare un nuovo comando, una nuova, maestosa capitale: Goldenaar. Il nome gli piacque a tal punto che lo usò per consolidare la nascita dell'ordinamento da lui sviluppato.

"Generale supremo..." Si annunciò un armigero. "I mercanti del quartiere centrale hanno dei problemi con alcuni mendicanti delle terre devastate ad est. Si sono accampati di fianco al laghetto..." Spiegò il soldato. Sirianus inarcò un sopracciglio, assumendo un vivido rossore. "Cosa? Come diavolo osano ostacolare i mercanti nel periodo più roseo per i traffici commerciali? Getta le loro brande oltre il cimitero. Se vorranno resteranno lì, fino a che non decideranno di andarsene. Anche se dubito che un morto possa puzzare più di loro." Sorrise il generale. Il soldato rispose con un risolino fasullo. Il pragmatismo, talvolta eccessivo di Sirianus aveva permesso a Goldenaar di prosperare sotto il punto di vista economico. Purtroppo operò aveva soffocato sotto la coltre di legalità i bisogni della gente, i loro desideri.

"Il mondo andrà avanti se si agirà seguendo la legge!" Ripeteva sempre Sirianus, profondo estimatore della dottrina di legalità impartitagli all'accademia di Aequitalas.

"Il destino di un popolo non scorre sul verbo di pochi, ma viaggia nel cuore di tutti." Quella dannata voce... Sirianus si voltò, mentre il mezz'elfo gli si avvicinava, ricoperto da vesti logore. Il luccichìo della potente lama guizzò oltre le vesti sdrucite, catalizzando l'attenzione del generale. "Le tue prediche hanno fatto il loro tempo, Lyrian." Opinò con freddezza il comandante. "Sono verità fini a se stesse, e trascendono il tuo errato giudizio." Precisò con voce fievole il mezz'elfo. "Questa città appartiene a me, adesso, mezz'elfo Dy'nesin. Non la condannerò nella stupida ricerca della gloria che un tempo vi dimorò! La mia sarà una gloria ancor più maestosa!" Sorrise Sirianus, volgendo le spalle al vecchio cavaliere, rapito dalle fiaccole in lontananza pronte ad accogliere le tenebre notturne.

"Non c'è gloria, per colui che non nutre speranza." Rinfacciò Lyrian, senza voltarsi. "Continua a sperare, sciocco Dy'Nesin." Gli occhi di Lyrian si velarono di tristezza, mentre un amaro sorriso malinconico affiorava sul volto. Il rossore del cielo richiamò alla sua mente le ali della speranza che inseguiva, della speranza in cui credeva. Sarebbe giunta. La lunga notte dei valori di Goldenaar avrebbe avuto fine. Se lo augurò dal profondo del cuore, nell'attimo in cui riemerse dalla sua mente un antico dettame dei condottieri di cui faceva parte...



"Per quanto sia lunga la notte, nulla impedirà al sole di brillare nell'anima, ancora una volta..."

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