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La donna robusta e vigorosa stava di fronte all’altare della Dea Lolth. La sua voce era piena di odio e desiderio di rivalsa:

“Il casato T'Zarank è l’ultimo tra i casati di Sharass Theyl. E IO non posso sopportare che ciò continui ancora. Mia madre, Tyrinne T’Zarank, è troppo vecchia per avere la forza di sovvertire questa situazione e riprendere i favori della Dea. Vive nei ricordi del suo glorioso passato, quella vecchia ******* è tempo che si tolga di mezzo. “

Parole blasfeme, ancor più se pronunciate dalla Primogenita del casato T’Zarank, Janilla, figlia di Tyrinne. Parole che sento da quando sono in fasce. Parole pronunciate ogni giorno, segretamente, da mia madre.

Non conosco il nome di mio padre e mai chiesi a mia madre, Janilla, il suo nome; qualche Jabbress sibila nei corridoi che io sia figlio di Massvorock, il maestro d’armi della Casata, ma per me non ha importanza, io sono nato per servire il mio Casato, portarlo al posto che gli compete, il primo, nel nome di Lolth e questo basta.

“Credi in te stesso e solo in te stesso se vuoi sopravvivere. Qui non ti regala niente nessuno anzi guardati da chi ti aiuta perché altro è il suo fine. Guardati dagli amici perché dai nemici presto imparerai a pensarci da solo!”. Questo fu uno dei primi dettami che appresi, assieme a tutti i dogmi della Dea Ragno e che ogni giorno mi ripeteva mia madre, nei miei 15 interminabili anni di principe paggio.

Nacqui in seguito ad un parto gemellare. Allevato da mia madre Janilla, sono cresciuto con un desiderio di rivalsa verso tutto e tutti. Sotto la sua educazione imparai fin dai primi anni di vita cosa voleva dire sopravvivere e servire una Yathtallar. Come da tradizione nelle famiglie drow, io e mio fratello dovevamo costantemente lottare per ogni cosa. Dormire, mangiare, studiare. Mia madre adorava vederci azzuffare per conquistare ogni cosa, sosteneva che la lotta ci temprasse. Ricordo i suoi occhi splendere di piacere mentre ci osservava combattere e come provasse godimento nel vederci provocare tagli e contusioni. A volte avevamo una sola porzione di cibo e solo chi vinceva in combattimento poteva mangiare. Anche per dormire c’era un letto solo. Il perdente dormiva per terra nudo e senza coperte, dopo esser stato torturato per ore. Fisicamente ero più piccolo di mio fratello che puntualmente riusciva ad avere la meglio su di me.

“Devi nutrirti del dolore e della sofferenza per diventare più forte. Odia. Devi imparare a odiare e a nutrire rancore per accrescere la tua rabbia”. Questo mi sibilava mia madre nelle orecchie mentre mi frustava sadicamente, punendomi per le mie sconfitte. Ogni giorno il mio corpo riceveva in dono da mia madre una cicatrice e ben presto cominciai a considerarle un onore, perché ognuna di esse mostrava che ero sopravvissuto un altro giorno e che avevo comunque imparato qualcosa e rinforzato il mio corpo.

Ben presto capii che in quella sofferenza dovevo temprarmi. Mentre mio fratello cresceva abituato alle cose migliori, io fortificavo corpo e spirito alla lotta e l’odio mi era di sostentamento più del cibo. Il tempo fece il resto. Muscoli tonici e mente sottile ed affilata mi permisero crescendo, di scegliere quando perdere le sfide con i mio fratello e come riuscire nella sconfitta a procurarmi i minori danni possibili. Dopo il quindicesimo anno di età io e mio fratello fummo affidati alle cure del maestro d’armi per una prima infarinatura dei rudimenti del combattimento. Mentre mio fratello più grosso di me preferiva utilizzare armi pesanti come l’alabarda o il mazzafrusto, io preferivo armi sottili e letali come il kukri. Passavo le notti a rimirare con attenzione la lama ricurva del coltello, immaginando come poter arrecare il maggior danno e dolore possibile alle mie vittime. Ogni giorno io e mio fratello ci scontravamo sotto gli occhi sadici di nostra madre e del maestro d’armi, come quando eravamo piccolini e ci azzuffavamo per il cibo. Con il passare del tempo i combattimenti si facevano più aspri e crudeli, i colpi sempre più possenti e precisi fino a quando entrambi combattemmo per la sopravvivenza. Quel giorno, come un predatore che aspetta il passo falso della vittima designata, mio fratello, troppo sicuro di avere in mano la vittoria, commise un errore di sufficienza e il mio coltello si infilò sotto la sua nuca senza scampo. Freddo ed eccitato estrassi il coltello e una sostanza verdognola usci dalla ferita. Il corpo di mio fratello gemello inerte giaceva sul pavimento. E io risi, risi di godimento e di piacere.

Quello stesso giorno Janilla mi fece convocare nelle sue stanze e mi disse:

“Così alla fine sei stato tu a sopravvivere...mi stavo giusto chiedendo quando sarebbe venuto fuori il tuo animo da predatore… Se metterai in pratica tutto quello che ti ho insegnato forse potrai tornare utile a me, al tuo Casato e alla Dea. Oggi è giunto al termine una piccola tappa del tuo cammino. Voglio che tu diventi un combattente spietato e voglio che tu entri alla Derek Termak. Non aspettarti favori da me o da nessun altro membro del casato, dovrai guadagnarti titoli e onori solo utilizzando le tue forze, e dimostrando così di meritare il rango nobiliare".

Un lieve e crudele sorriso si disegnò sul mio volto.

Malla Janilla, non diventerò un combattente qualsiasi, voglio diventare il miglior Qu’el’Velguk dei T’Zarank!“

La risata maligna di mia madre riempì la stanza e fece rabbrividire chiunque riuscì a sentirla fuori dalla stanza.

“Sparisci Jaluk, e mantieni la tua promessa, presto diventerò la Matrona Madre della Casata e tutte le forze che ho speso per te dovranno tornami utili”

Quindi uscì dalla camera e la sua risata continuò ad echeggiare nei corridoi della tenuta T’Zarank.


Descrizione fisica: I tratti di Daemon sono affilati come una lama. Daemon è decisamente attraente e i suoi modi sono eleganti, quasi studiati. I capelli lunghi fino alle spalle sono argentei e i suoi occhi rosso sangue osservano e studiano persone, cose attorno a sé nel tentativo di possedere ogni situazione e ogni imprevisto. Il corpo è muscoloso e atletico, segnato da miriadi di piccole cicatrici e da un tatuaggio sul petto, grosso come un pugno, di un ragno che abbraccia lo stemma del Casato T’Zarank.

Carattere: Daemon è vissuto nella violenza, nel torbido, nel lusso e nella crudeltà ed ha sviluppato una spiccata dote di sopravvivenza, di freddezza e di astuzia che gli permettono di manipolare le situazioni per volgerle in suo favore. Sicuro dei suoi mezzi non sottovaluta le sue debolezze: ama uccidere e prevalere, mostrando una spiccato senso di sopportazione e di resistenza al dolore. Ama prendersi cura di se stesso ed è dedito ad ogni attività che possa contribuire alla sua crescita come guerriero. Silenzioso e astuto non ama parlare se non espressamente necessario e mai per cose futili o banali. Ha un obiettivo e lo vuole raggiungere a tutti i costi: Dar lustro al suo Casato nel nome di Lolth diventando il più grande Qu’el’velguk dei T’Zarank.

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