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“Solonor!” Gridò Inloeth, ed al suo richiamo un esile combattente alle sue spalle avanzò verso di lui. L’elfo apparteneva alla razza degli elfi selvaggi, così nomati per la loro dedizione alla protezione delle bellezze naturali. Bellezze che Solonor non aveva preferito all’arte della guerra.L’arciere elfico, Solonor Thelandira, era infatti il più potente combattente delle schiere alleate, un vero vanto per il Coronal di Illefarn, impero cui apparteneva. Le frecce scagliate dal giovane arciere dai lunghi capelli castani ed i fieri occhi verdi miravano e colpivano con una precisione che aveva del divino, e già da anni parecchi elfi vociferavano che un giorno Solonor si sarebbe aggiunto alle fila dei Seldarine, le mitiche divinità elfiche.“Comanda, Coronal.” Rispose il leggendario arciere, scrutando il campo di battaglia con occhio esperto.“I cavalieri di Daliarkan…” Indicò il biondo sovrano, ed entrambi ne seguirono l’avanzata. Il grande arciere comprese subito l’evidente manovra offensiva del nemico, e senza profferire parola si avviò sino al limitare dell’erto crinale. Il vento imperversò contro il volto del mitico combattente, presagendo l’avvento di una tempesta, a breve. I lunghi capelli di Solonor fluttuarono nell’aria ventosa, scoprendo la faretra gremita di frecce sulle sue spalle.

L’ampio arco dell’elfo venne teso una prima volta.

L’eccessiva lentezza dell’arciere di Illefarn preoccupò il Coronal Inloeth; i cavalieri nemici stavano sopraggiungendo verso i suoi condottieri. Mancavano pochi secondi prima dell’impatto dei cavalli pesantemente bardati contro le poco difese prime linee di fanteria.

Il lungo arco venne teso nuovamente.

Il nemico terminò la discesa dell’altura, cavalcando alacremente contro i propri nemici mentre in lontananza i fanti Vishantaar aprivano le loro file per consentirne l’approccio contro le prime linee avversarie. Gocce di sudore imperlarono il volto di Inloeth.

Solonor tese il proprio arco ancora una volta. “Solonor…!” Chiamò nervosamente il sovrano di Shantel Othreier, chiedendosi come mai avrebbe potuto quel singolo elfo, per quanto leggendario, arrestare l’avanzata del manipolo di cavalieri nemici. L’erba calpestata e tranciata dagli instancabili puledri si levò in alto nel cielo sempre più terso, sospinta dal vento foriero di tempesta. E la tempesta giunse. Gli araldi che ne annunciarono l’arrivo però non furono gocce di pioggia ma un’indescrivibile strale di frecce. Con impressionante rapidità, Solonor sfilò quattro frecce dalla sua faretra e le scagliò verso l’alto. Prima che esse raggiungessero la loro massima altezza, il mitico arciere ne ebbe già scagliate altre quattro. E poi quattro ancora, sino a che un’immane raffica di frecce non discese contro gli ignari cavalieri avversari. Le frecce mortali si conficcarono nelle cosce e negli zoccoli dei destrieri nemici, disarcionando una buona metà della cavalleria prima che potesse giungere contro i fanti di Inloeth. Solonor sorrise, osservando i suoi alleati più in basso."


Tratto da "Lacrime di Luce" Di Sergio Roncucci

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